Il comunismo è e rimane l'unica prospettiva di superamento positivo della società capitalistica. Ma quest'ultima, malgrado le sue traversie, pare divenuta un orizzonte insuperabile, e le forze protese al suo abbattimento sono oggi ridotte alla clandestinità e alla dispersione, se non al disorientamento. L'epoca del movimento operaio tradizionale, delle transizioni socialiste e dei loro programmi si è da tempo conclusa. Il patrimonio delle lotte e delle correnti teoriche del passato richiede un riesame profondo per separare ciò che è vivo da ciò che è morto. Il rapporto intercorrente tra le lotte quotidiane del proletariato, i movimenti interclassisti di massa dell'ultimo decennio e la rottura rivoluzionaria possibile appare più enigmatico che mai. La teoria comunista richiede nuovi sviluppi, per essere restaurata nelle sue funzioni. La necessità di affrontare questi nodi ci interpella in prima persona, come dovrebbe interpellare tutti i sostenitori del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». I nostri mezzi sono a misura alle nostre forze: modesti. Impossibile in queste condizioni pretendere di essere i fautori unici e infallibili di una rifondazione teorica che arriverà a maturità solo in un futuro non prossimo. Ma è solo iniziando a camminare che si cominciano a tracciare strade percorribili.

mercoledì 27 marzo 2013

Tale Quale (prima puntata)

«Théorie Communiste»

«Il capitale è una contraddizione in processo: da una parte esso spinge alla riduzione del tempo di lavoro a un minimo e, d'altra parte, esso pone il tempo di lavoro come la sola fonte e la sola misura della ricchezza.» (Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica)
Questa contraddizione era l'essenza di tutto, aveva una forma semplice e omogenea, comprendeva tutto, spiegava tutto, ma... allo stesso modo in cui una valanga trascina con sé ogni cosa sul suo cammino. Tutto il resto non era che fenomeno e accidente, contingenza. Dopo l'economia, tutte le altre istanze del modo di produzione non apparivano che come comparse. La segmentazione stessa del proletariato, la molteplicità delle contraddizioni nelle quali erano presi questi segmenti, la contraddizione fra uomini e donne, le altre classi trascinate nella lotta con i loro propri obiettivi, non erano che le ombre proiettate sul fondo della caverna della realtà sostanziale sempre già data dell'unità della classe e del divenire del capitale come contraddizione in processo. Porre la contraddizione era ipso facto cogliere il processo della sua abolizione e la produzione del suo superamento.


lunedì 18 marzo 2013

Il proletariato e il problema della direzione rivoluzionaria

seguito da L'esperienza proletaria e due appendici critiche

Claude Lefort (1952)

   L'esperienza proletaria di oggi ruota tutta intorno alla fine dell'identità operaia. Posta così, quest'affermazione non pone particolari problemi a chicchessia: anche i nostalgici del Gran Partito e dei ranghi compatti della classe operaia sono talvolta disposti a riconoscere la “crisi d'identità” della classe per la quale militano. Il problema sorge nel momento in cui si va a “grattare nel torbido” di questa crisi d'identità. Forse che essa è solo e unicamente imposta – prodotto dell'offensiva capitalista e dell'arretramento delle lotte? O è piuttosto un qualcosa che la classe, da parte sua, assume e declina attivamente nei suoi comportamenti e nelle sue lotte?
I due articoli di Socialisme ou Barbarie che qui proponiamo ci dicono principalmente una cosa (è il motivo per cui li proponiamo): che la classe come materia prima, semplice oggetto del capitale, è una “robinsonata” non meno patente di quelle dell'economia politica classica duramente criticate da Marx. [Tratto dall'introduzione redazionale]

giovedì 28 febbraio 2013

La catena di montaggio inizia in cucina, al lavello, nei nostri corpi

Intervista a Silvia Federici

   Rendiamo qui disponibile, in traduzione, una breve intervista a Silvia Federici, pubblicata di recente in spagnolo, e incentrata sulla sua opera più conosciuta Caliban and the Witch (2004), a sua volta rielaborazione del più vecchio Il Grande Calibano (1984), scritto in italiano con Leopoldina Fortunati. [...]
Ci proponiamo di rendere presto disponibile su questo blog Il Grande Calibano, ed è precisamente a scopo propedeutico che pubblichiamo questa intervista. Ciò corrisponde alla nostra volontà di sviluppare, sulla lunga distanza, un discorso articolato sui temi della riproduzione (dei rapporti sociali capitalistici), del femminismo e del genere. La continua e inesausta messa a fuoco della definizione del capitale – come rapporto sociale, come totalità e come contraddizione in processo – non può prescindere dalla comprensione di ciò che sono il valore e il plusvalore (la contraddizione proletariato-capitale), ma non si può più pensare che sia sufficiente fermarsi là. Il fatto è che qualcosa di non tematizzato, perfino di rimosso, di non immediatamente riconducibile al plusvalore, ma che riguarda nondimeno le sue condizioni di esistenza, ne cade fuori; e l'emersione del femminismo radicale degli anni '70 ne è stata precisamente l'illuminazione: un lampo nella notte. Tutto ciò fu interpretato allora da marxisti e non marxisti – anche dai più lucidi – come una deviazione modernista, preludio al post-modernismo ideologico degli anni '80 e '90: come un ostacolo in più, insomma, sulla strada lunga e dura dell'unità di classe e della rivoluzione proletaria. È tempo di ammetterlo: fu un errore. [Tratto dall'introduzione redazionale]

martedì 19 febbraio 2013

Della rivoluzione

Jacques Camatte (1972)

Nel ristretto ambito di coloro che si pongono (ancora? Sì, ancora) il problema della rivoluzione e del comunismo, sono forse noti per qualcuno il nome e la parabola di un individuo di nome Jacques Camatte. Membro del Partito Comunista Internazionale («Il Programma Comunista») fino al 1968, egli fu poi fondatore della rivista «Invariance», la cui pubblicazione proseguì, a più riprese, per tutto l'arco degli anni '70 e oltre. Se la prima serie di «Invariance» si richiamava ancora all'ortodossia della Sinistra comunista italiana – rivendicata di contro a tutti i conglomerati formali del bordighismo, Programma Comunista in primis –, e se invece con l'inizio della terza serie veniva definitivamente abbandonato il tema della rivoluzione comunista mondiale in favore di una problematica (grossomodo psicoanalitica) di liberazione di tutta la specie umana da una repressione interiorizzata, la seconda serie è quella che segna il passaggio da una prospettiva all'altra ed è – anche per questo – quella che conserva ancora oggi qualche motivo di interesse per la comprensione attuale della guerra di classe sempre in corso. A patto di farne una lettura sintomale – e speriamo non sfugga l'ironia. [Tratto dall'introduzione redazionale]

giovedì 31 gennaio 2013

Dall'autorganizzazione alla comunizzazione

R.S.

Designare la rivoluzione come comunizzazione è dire questa cosa abbastanza banale, che l'abolizione del capitale è l'abolizione di tutte le classi, compreso il proletariato, e non la sua liberazione, il suo ergersi a classe dominante che organizza la società secondo i propri interessi. È dire che l'abolizione dello scambio, della divisione del lavoro, della merce, della proprietà, dello Stato, delle classi, non sono delle misure da prendersi dopo la vittoria della rivoluzione, ma le sole misure attraverso le quali la rivoluzione può trionfare. È dire, inversamente, che non c'è “periodo di transizione”. Il proletariato non fa la rivoluzione per instaurare il comunismo, ma attraverso l'instaurazione del comunismo. In questo, tutte le misure della lotta rivoluzionaria saranno misure di comunizzazione. Al di qua, non vi è che la società attuale. Le sconfitte delle rivoluzioni tedesca e spagnola ne sono la triste verifica.

venerdì 11 gennaio 2013

"Il movimento comunista": introduzione

Jean Barrot (1972)

Il marxismo conosce nuovi progressi ad ogni riemersione pratica del movimento (1871, 1917), ma questo sviluppo non è che una parte del suo ciclo. La teoria del movimento comunista nasce, come si è visto, da condizioni particolari, in seguito lo sviluppo del capitale la manda in pezzi nello stesso momento in cui distrugge la classe in quanto tale. È la fase della revisione dottrinale, dell'integrazione al movimento del capitale, alle quali non si oppongono che affermazioni teoriche e pratiche unilaterali, certo importanti, e vitali per il movimento (nella misura in cui testimoniano della sua vita, e non in cui gli donerebbero vita come tali: ma le correnti radicali non possono allora operare che tramite questa inversione, e prendere se stesse per il motore della storia). Ma simili affermazioni esprimono ancora una frammentazione. Una situazione nuova non può essere prodotta che quando il capitale inizia ad incontrare il termine del suo ciclo, facendo così apparire alla luce del giorno le sue contraddizioni economiche (meccanismo di estrazione del plusvalore) e dunque sociali (proletariato/capitale). Ben inteso, la manifestazione delle sue contraddizioni è profondamente differente dalle forme che assumeva all'inizio del ciclo. La teoria comunista può iniziare a fare la sintesi dei suoi concetti essenziali. Questo processo di “totalizzazione” include naturalmente l'analisi dei fenomeni nuovi più importanti, ma solamente sulla base della comprensione dei punti essenziali. La teoria comunista non è semplicemente una totalità, ma anche un tutto gerarchizzato.

giovedì 20 dicembre 2012

L'essenziale sull'essenziale

Gilles Dauvé & Karl Nesic

La rivoluzione comunista non è una successione, che si occupa prima del potere (per conquistarlo o sopprimerlo) e soltanto in seguito si applica a trasformare la vita sociale. Ciascuno di questi due aspetti nutre l'altro. Essi o agiscono simultaneamente, o sono destinati a fallire entrambi. Se i proletari non si sbarazzano della polizia, dell'esercito, dei partiti e del meccanismo parlamentare, presto o tardi le trasformazioni sociali deperiranno, erose dall'interno, o saranno interrotte dall'esterno, come accadde in Spagna dopo il 1936. Ma se la lotta armata si riduce a uno scontro tra due fronti, inevitabilmente il campo proletario finirà per perdere la sua dinamica sociale interna, per poi essere sconfitto sulle barricate o sui campi di battaglia, come di nuovo dimostra l'esperienza spagnola dopo il 1936.
Un tale sconvolgimento non si realizzerà evidentemente nel giro di poche settimane o mesi, e si estenderà almeno sull'arco di una generazione; ma il processo di comunizzazione comincerà da subito. Prima esso si innescherà, prima si amplierà e approfondirà, e maggiori possibilità avrà di imporsi.

venerdì 30 novembre 2012

Lavorando noi operai produciamo capitale

Comitato operaio di Porto Marghera (1969)

Con una introduzione redazionale e un'appendice critica comprendente estratti dall'IS e da «Théorie Communiste».

[...] se Toni Negri e compagnia hanno avuto, nonostante tutto, un certo ruolo negli anni '60-'70, come nel periodo d'oro dei contro-vertici e del “Movimento dei Movimenti” – ruolo certo ridimensionato ma non esaurito – questo non si deve ad un complotto, né ad una semplice questione di mode culturali. Dunque non si tratta, più di tanto, di stigmatizzare i personaggi (alla voce “dissociazione” o giù di lì) o le loro sparate (Marx oltre Marx o Impero o...) in nome della pravda comunista, ma di mostrare in virtù di cosa certe sparate divengono possibili e ideologicamente efficaci. L'operaismo e il post-operaismo negrista sono, abbastanza evidentemente, l'inverso dell'economismo oggettivista. È precisamente lo statuto di questa inversione che si tratta di interrogare.
Da Lenin in Inghilterra («Classe operaia», n.1, 1964) in poi, l'ingiunzione operaista fondamentale è stata quella del rovesciamento del punto di vista: non sono le lotte che seguono lo sviluppo (o la crisi) dell'economia capitalista, è lo sviluppo (o la crisi) a seguire le lotte. Questa esigenza di porre in primo piano i soggetti non cadeva dal cielo, né proveniva solo dal beneamato “contesto storico”, fosse il formidabile ciclo di accumulazione post-bellico o il terzomondismo attendista del PCI. Ciò che è in un certo senso nell'aria, in quel periodo, è evidentemente la percezione – avvertita da più parti – di un nodo irrisolto della vecchia teoria marxista: realtà o illusione dei fenomeni economici? Questione in un certo senso implicita nella definizione di base del rapporto capitalistico: se infatti il capitale è un rapporto sociale, non è logico, allora, intendere il dominio separato dell'economia come un sistema di rappresentazioni menzognere?

giovedì 22 novembre 2012

La fine di «Socialisme ou Barbarie»

«Socialisme ou Barbarie» (1967)

Non è con beneficio d'inventario che pubblichiamo questo “addio alle armi” del gruppo-rivista francese «Socialisme ou Barbarie». E men che meno per rivalutarne le tesi più conosciute. La comprensione della contraddizione fra proletariato e capitale come contraddizione fra “dirigenti” ed “esecutori” – che avrebbe dovuto trovare nei regimi a capitalismo di Stato del blocco dell'Est la configurazione più socialmente esplosiva –, il misconoscimento della dinamica contraddittoria dell'accumulazione (necessità delle crisi), l'apprezzamento della democrazia diretta e perfino della sociologia industriale, infine l'idea di un'irrimediabile integrazione della classe operaia nei paesi più economicamente sviluppati a partire dagli anni '60 – su tutto questo, tenendo conto o meno della prospettiva storica, può anche scappare un sorriso. Fermo restando che i contributi di «Socialisme ou Barbarie» non si riducono a questo pugno di tesi – e qui basti ricordare L'expérience prolétarienne di Claude Lefort e gli articoli sulla Cina di Pierre Souyri –, l'interesse di questo cammino sta nella sua sintomaticità in relazione all'epoca. Giunto sulla scena allorché la sussunzione reale del lavoro al capitale si consolidava nell'area occidentale (integrazione della riproduzione della forza lavoro al ciclo del capitale, sotto l'egida dello Stato keynesiano), esso scomparve appena prima che il ciclo di accumulazione post-bellico iniziasse a flettersi, con gli scioperi del maggio francese del '68 e l'Autunno Caldo italiano del '69 (per non dire delle rivolte di Danzica e Stettino del '70) a rendere flagrante la contraddittoria convivenza di lotte operaie ben poco “fabbrichiste” accanto ad una mimica consiliarista ed autogestionaria che si rivela essere il terreno di ogni impasse e di ogni “recupero”: dal riflusso dell'Autunno Caldo nei Consigli di Fabbrica, all'esperienza della LIP in Francia, fino alla tragicommedia dei 35 giorni di occupazione a Mirafiori.

mercoledì 7 novembre 2012

La rivoluzione tedesca e lo spettro del proletariato

Carsten Juhl ("Invariance", 1974)

   La storia del movimento rivoluzionario tedesco è finora stata scritta – con una sola eccezione – a livello delle organizzazioni, cioè a livello delle forme di rappresentazione che quel movimento si era dato, e che sempre si sono autonomizzate. In effetti, esse non furono fattori soggettivamente rivoluzionari che per qualche mese, nel periodo già breve che va dal 1918 alla primavera del 1921, lasciando quindi a tutte le proprie espressioni politiche e militari, fatta eccezione per i momenti di maggiore intensità, una funzione stabilizzatrice ed organizzatrice a livello politico-economico.
Questa funzione rivela il contenuto possibile, e dunque sovente realizzato, del movimento in quanto sinistra radicale del capitale; in realtà – a parte qualche breve momento di scontro (che rivelò però una notevole aggressività in certi gruppi di proletari) – le formazioni della sinistra tedesca hanno avuto come obiettivo reale quello di assicurare la sopravvivenza sociale di una parte della classe di cui erano l'espressione, ovvero dei settori più radicali del proletariato. Ciò significava evidentemente porsi dei problemi che non erano quelli di una rivoluzione integralmente anticapitalista, ma soltanto quelli di una rivoluzione contro la miseria capitalistica di allora.