Il comunismo è e rimane l'unica prospettiva di superamento positivo della società capitalistica. Ma quest'ultima, malgrado le sue traversie, pare divenuta un orizzonte insuperabile, e le forze protese al suo abbattimento sono oggi ridotte alla clandestinità e alla dispersione, se non al disorientamento. L'epoca del movimento operaio tradizionale, delle transizioni socialiste e dei loro programmi si è da tempo conclusa. Il patrimonio delle lotte e delle correnti teoriche del passato richiede un riesame profondo per separare ciò che è vivo da ciò che è morto. Il rapporto intercorrente tra le lotte quotidiane del proletariato, i movimenti interclassisti di massa dell'ultimo decennio e la rottura rivoluzionaria possibile appare più enigmatico che mai. La teoria comunista richiede nuovi sviluppi, per essere restaurata nelle sue funzioni. La necessità di affrontare questi nodi ci interpella in prima persona, come dovrebbe interpellare tutti i sostenitori del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». I nostri mezzi sono a misura alle nostre forze: modesti. Impossibile in queste condizioni pretendere di essere i fautori unici e infallibili di una rifondazione teorica che arriverà a maturità solo in un futuro non prossimo. Ma è solo iniziando a camminare che si cominciano a tracciare strade percorribili.

mercoledì 22 gennaio 2014

A proposito di “critica del valore”: una lettera ad Anselm Jappe

J.-C. 

Ne “Il Lato Cattivo”, n. 1 (gennaio 2012), avevamo dedicato un pugno di righe alla Wertkritik, inserendola tra quelle tendenze che considerano la fase attuale come caratterizzata da un «superamento della contraddizione fra proletariato e capitale nel quadro del capitalismo stesso» (p. 7); avevamo aggiunto che «sebbene il più delle volte queste teorizzazioni siano prive della necessaria fondatezza [...] ciò non ci spiega affatto perché esistano. Gli sviluppi problematici della teoria rivoluzionaria contemporanea derivano tutti, in ultima istanza, dall'impossibilità, per il proletariato, di opporre al capitale ciò che esso è all'interno del modo di produzione capitalistico come fondamento della rivoluzione» (ibid.). Nel lasso di tempo da allora trascorso, nulla sembra dover essere rettificato rispetto a quella valutazione. Molto si potrebbe invece aggiungere, giacché non in molti si sono fin'ora cimentati in una disamina critica della Wertkritik, e il suo successo sembra in ascesa. [Dall'Introduzione redazionale]

domenica 12 gennaio 2014

Ci è venuta in sogno la realtà

Per un confronto con le pratiche e le teorie dell'azione diretta

Il Lato Cattivo

La congiuntura attuale [...] è caratterizzata dall’impasse delle teorie e delle pratiche dell’azione diretta, che per circa un decennio si sono contrapposte frontalmente al progetto di riorganizzazione societaria del democratismo radicale, compendiato nello slogan «un altro mondo è possibile». Tali teorie e tali pratiche – ideologicamente connotate come “autonome” o “anarchiche” – avevano ed hanno come orizzonte il fatto, da un lato, di porre il comunismo come una questione attuale, e dall’altro – rifiutando ogni mediazione temporale –, di trasformarlo immediatamente in una serie di forme di lotta, di comportamenti o modi di vita, che sarebbe possibile isolare come insieme di pratiche già adeguate alla rivoluzione comunista o, più concisamente, come “il comunismo in atto”. In questo senso, la promozione dell’alternativa, sebbene non sia sempre chiaramente formulata o praticata, è la loro tendenza naturale.
La teoria della comunizzazione – o almeno alcune sue correnti – è presa, da un lato, in un fraterno scambio di insulti con gli zombie delle Sinistre Comuniste storiche (“bordighista” e “consiliarista”), dall’altro in un confronto acceso e più proficuo con tutte queste teorie e pratiche dell’azione diretta. La sua specificità è di non averle considerate come una “deviazione” ideologica rispetto ad una norma, ma come una manifestazione necessaria – tra molte altre – che racchiude a suo modo il contenuto rivoluzionario dell’attuale ciclo di lotte: la rivoluzione sarà immediatamente comunista o non sarà.

martedì 10 dicembre 2013

Come poter ancora rivendicare quando nessuna rivendicazione può essere soddisfatta

Le lotte disperate in Francia 

Jeanne Neton & Peter Åström

[...] Le lotte contro la chiusura degli stabilimenti sono un'eccezione a questa regola. In questi casi i lavoratori non hanno più niente da perdere, e possono reclamare un salario differito sotto forma di indennità di licenziamento, senza doversi preoccupare della salute futura della loro impresa. Precedentemente, i dipendenti di queste aziende teatro di sequestri e di altre azioni illegali, avevano sovente accettato il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro e, a volte, dei tagli sui salari, nella speranza di scongiurare la chiusura dell'azienda. Ma quando questa chiusura diventa inevitabile, la rabbia per aver acconsentito a così tanto per ottenere nulla in cambio, e la coscienza di non aver più nulla da perdere, si traducono in forme di lotta disperate, nelle quali è chiaro che il futuro stato di salute dell'azienda non è più una preoccupazione e che tutte le promesse di riqualificazione non possono sostituire l'unica cosa che rimane tangibile: la moneta sonante. Queste lotte si sono mostrate efficaci, nella misura in cui i lavoratori interessati hanno ottenuto degli indennizzi che vanno ben oltre quelli previsti dalla legge. Così, secondo Christine Ducros e Jean-Yves Guérin, i dipendenti che ricorrono a tali forme di azione, ricevono in media un compenso aggiuntivo quattro volte superiore rispetto a quelli che non lo fanno. Qui, il carattere frazionato delle lotte non è il segno di una loro intrinseca debolezza, ma piuttosto ciò che ha permesso loro di vincere, giacché un’eventuale generalizzazione di queste forme di lotta le renderebbe inaccettabili per la classe capitalista.

lunedì 2 dicembre 2013

“Anzola è il mondo?” Una risposta al SI Cobas

Il Lato Cattivo & C.  

Cari compagni/e, 

abbiamo letto la risposta al nostro Anzola è il mondo?, apparsa sul Vostro sito web e significativamente intitolata Come mosche sulla merda. Quel che ne abbiamo ricavato, di primo acchito, è un moto di fastidio; fastidio dovuto non tanto, come qualcuno potrebbe pensare, a una nostra ipotetica idiosincrasia per la critica e l’invettiva che ci vengono rivolte (lungi da noi!); ma piuttosto suscitato dall’impressione che la «prima lettura» del nostro opuscolo da parte dell’autore o degli autori di questa risposta, sia stata alquanto frettolosa, per non dire offuscata dal pregiudizio – meglio, da una certa forma mentis – che li ha indotti a inanellare una lunga sfilza di fraintendimenti. Ma procediamo con ordine.
Come prima cosa, e a scanso di equivoci, è bene chiarire che i principali autori del testo in questione sono un disoccupato, un operatore socio-sanitario e un’educatrice; proletari tra i proletari, i cui salari (quando hanno la fortuna di riceverne uno) sono abbastanza simili a quelli dei facchini che hanno in tasca la tessera del SI Cobas. Ma certo, per aver letto un pochino Marx, per essersi presi il tempo di riflettere e scrivere un testo di 48 pagine, costoro non potevano essere che degli «intellettuali» e dei «piccolo-borghesi»! Si sa: gli operai non hanno tempo per pensare! Ci torneremo sopra.
Veniamo dunque a quello che scrivono – in buona o in malafede – gli autori di Come mosche sulla merda, e confrontiamolo con la realtà. [...]
 
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martedì 26 novembre 2013

Anzola è il mondo?

A proposito della lotta alla Coop Adriatica di Anzola dell'Emilia, delle lotte operaie nel settore della logistica e di molto altro ancora 

Autori alcuni/e compagni/e 
   
    La maggior parte dei compagni che hanno steso questo documento erano presenti ai picchetti, alle assemblee, e mantengono rapporti con i lavoratori più combattivi all'interno del magazzino e con alcuni dei licenziati rimasti in Italia (essendo quasi tutti immigrati). Dunque l'esito della lotta di Anzola davvero non ci gratifica. Ma ci permette di formulare “in situazione” (e non in astratto) qualche riflessione su quella radicale impossibilità di un percorso cumulativo e progressivo di rivendicazioni, sempre più allargate ed inclusive in rapporto ai vari segmenti della classe, che a nostro avviso marca l'attuale ciclo di lotte; ci permette di parlare della centralità e soprattutto dell'illegittimità della rivendicazione salariale all’interno di quest’ultimo, precipitata dalla crisi scoppiata nel 2008; ci permette di parlare della fine del movimento operaio e dell'appartenenza di classe, che da “orgoglio proletario” è diventata semplicemente l'obbligo di guadagnarsi il pane col sudore della fronte (laddove è possibile); ci permette infine di valutare, in vitro, l'obsolescenza dei vecchi schemi del programma proletario rivoluzionario (per lo più marxista, ma non solo) e come andare oltre

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[Il testo è disponibile anche in formato cartaceo. Chi fosse interessato può farcene richiesta all'indirizzo e-mail  il.lato.cattivo@gmail.com]  

venerdì 22 novembre 2013

Spettri di Marx all’Hotel Bauen

Una lettera da lontano

R. F.  

Carissimi,
 
forse avrete letto il breve servizio apparso qualche giorno fa sul sito del Corriere della Sera, a proposito dell’Hotel Bauen, l’albergo a 4 stelle situato nel centro di Buenos Aires, che dal 2001 viene autogestito dagli ex-dipendenti. A questo proposito, vorrei condividere con voi qualche riflessione fatta a braccio, ed un po' di fantapolitica rivoluzionaria. 
   Innanzitutto, mi pare sintomatico che il Corriere e altri mezzi d’informazione (perfino Mediaset!), dopo aver taciuto per lungo tempo sull’argomento, tornino a parlarne proprio adesso. Con il catastrofico aggravarsi della crisi – che prevedibilmente subirà un'ulteriore accelerazione nel 2014-2015 (gli stessi analisti della Federal Reserve vedono già all'orizzonte una colossale bolla creditizia/immobiliare in arrivo dalla Cina) – forse l'inconscia speranza, da parte padronale, è che i proletari salvino il capitale rimettendolo in funzione per proprio conto, naturalmente senza rompere con lo scambio, il denaro, la merce, lo Stato etc. D’altra parte, stiamo parlando di un fenomeno che esiste realmente, e la cui dimensione non è trascurabile.

domenica 13 ottobre 2013

Al limite: l'autorganizzazione in Grecia

Anna O'Lory (Blaumachen)

   Oggi, in Grecia, mentre lo Stato si disimpegna dalla riproduzione della forza-lavoro sul piano del welfare, sostituendolo con il workfare (sussidi condizionati all'obbligo di lavorare, ndt) e con la gestione poliziesca; mentre i capitali, piccoli e grandi, sono costretti a ritirarsi dagli investimenti e dalla produzione, e ad espellere una gran parte della popolazione dal lavoro contrattualizzato verso il lavoro informale/precario e la disoccupazione, si assiste al riaffiorare di attività autorganizzate ed egualmente a un nuovo interesse verso di esse, in particolare da parte dello Stato. Questa attività di autorganizzazione è una risposta diretta all'eliminazione delle fonti anteriori della riproduzione (salari, pensioni, welfare), che appare come una necessità. Non solo l’autorganizzazione è sintomatica della crisi, ma ne è totalmente impregnata. L'obiettivo, qui, è di esporre alcune riflessioni su queste attività, non per sapere se esse siano un bene o un male, o per dire che la gente dovrebbe fare altro, ma alla luce dei limiti o delle contraddizioni con le quali queste si confrontano. Denaro, scambio delle merci, valore e lavoro astratto saranno categorie di importanza fondamentale nello svolgimento del discorso.

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mercoledì 18 settembre 2013

Sul concetto di "feticismo"

«Théorie Communiste» 

[…] La questione della relazione tra essenza e forme di manifestazione ci conduce a quella del feticismo. Quanto abbiamo detto su questa relazione ci porta a non cercare un punto di vista sul feticismo che abbia il privilegio di non esserne vittima e che ci autorizzi a dire: «ecco il feticismo!». È il feticismo stesso che in quanto tale si dà per ciò che è, in maniera interna, ingenuamente, poiché non è un velo che copre la realtà, ma una pratica sociale che definisce la realtà stessa. Concretamente – saremmo tentati di dire empiricamente – le classi sociali e la loro contraddizione non si costruiscono e non si manifestano a se stesse svelando il feticismo, ma grazie ad esso, all'interno del suo movimento (ancora una volta, siamo spinoziani e non cerchiamo l'essere al di fuori dei suoi attributi!).

lunedì 16 settembre 2013

Sulla presunta ambivalenza del concetto di comunismo

«Théorie Communiste» 

Il termine “comunismo” sembra portare con sé, nel suo utilizzo, un’ambiguità: movimento e risultato. Ma l’ambiguità esiste soltanto per i nostri miserabili cervelli, spontaneamente infettati d’idealismo. 
Ci sarebbero dunque due utilizzi della parola “comunismo” : « Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato o un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. » (Marx & Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1972, pagg. 24-25), e il comunismo come “società”, “comunità”, in breve “come sarà dopo...”, come “risultato”. In realtà, tra questi due “comunismi”, ce n’è uno che esiste e l’altro no. Questa dualità è il risultato di un pensiero completamente folle, che considera da un lato un movimento di produzione, e dall’altro lato il risultato di questo movimento di produzione come fosse una conclusione che si trova già da qualche parte, in attesa. In attesa dell’effettuazione del primo. 

domenica 8 settembre 2013

Dalla Svezia alla Turchia. Disparità nella dinamica dell’epoca delle rivolte

Blaumachen

L’esplosione sociale in Turchia ci obbliga imperativamente a guardare più da vicino quel che succede, quel che si produce, quali sono i nuovi limiti prodotti nel corso di ciò che abbiamo chiamato l’epoca della rivolte e come saranno superati. La combinazione degli eventi in Svezia e in Turchia, il loro incontro nel tempo, conferma l’esistenza di due dinamiche della lotta di classe che evolvono in relativa autonomia. Non possiamo ignorare che l’incontro atteso fra queste pratiche non si annuncia gioioso, poiché esso andrà a porre la questione dei rapporti tra due soggetti che si stanno producendo e che non hanno per il momento un orizzonte comune nella loro attività. La posta dal punto di vista della rivoluzione è come si produrrà, sulla base del loro incontro, il loro necessario superamento: la trasformazione della lotta in misure comuniste contro il capitale, ovvero in una rimessa in causa di tutti i ruoli che costituiscono la società, ovvero in comunizzazione