Il comunismo è e rimane l'unico superamento possibile della società capitalistica; tuttavia la sua forma e il suo contenuto non sono invarianti, ma storici e discontinui. Un'epoca – quella del movimento operaio – si è conclusa, e non ritornerà. Il patrimonio teorico delle lotte passate non mancherà di palesare la propria obsolescenza. Si tratta, dunque, per coloro che si pongono il problema della rivoluzione, di trarne fino in fondo tutte le conseguenze. Si tratta di comprendere il rapporto che oggi intercorre tra le lotte quotidiane del proletariato, la rivoluzione e il comunismo. Si tratta, nondimeno, di riconoscere finalmente tale comprensione come un'articolazione del tutto interna a questo stesso rapporto: senza lotta, nessuna teoria; senza teoria, nessuna rivoluzione.

Noi, come molti altri, abbiamo iniziato. Abbiamo qualche idea, forse non proprio peregrina. Designiamo il processo rivoluzionario a venire come la necessaria adozione, da parte del proletariato, di misure
immediatamente comuniste – senza transizione, senza socialismo. La necessità di queste misure – la necessità del comunismo come mezzo stesso della rivoluzione – si dà come già prefigurata in un certo numero di lotte proletarie contemporanee. Di questo, e di molto altro, si vuole rendere conto in questo blog, che è organizzato in quattro sezioni principali: 1) “Rivista”, dove si potranno scaricare i numeri de “Il Lato Cattivo” che
via via saranno pubblicati; 2) “Materiali ausiliari”, che contiene testi che, per varie ragioni, non hanno trovato spazio nella rivista, ma che possono integrarla o essere dialettizzati con essa; 3) “Rotture teoriche 1965-1980”, che raccoglie le espressioni di rottura con le Sinistre Comuniste che hanno gettato le basi dell'odierno dibattito sulla “comunizzazione dei rapporti fra individui”; 4) “Altre letture”, dove si potranno trovare spunti di inattualità provenienti dal passato, da leggere con l'occhio rivolto al presente.

lunedì 19 dicembre 2011

Il "rinnegato" Kautsky e il suo discepolo Lenin

Jean Barrot (1969)

Le tre fonti del marxismo: l’opera storica di Marx presenta un interesse storico modesto. Kautsky è stato indiscutibilmente l’ideologo della II Internazionale e l’uomo più potente all’interno del suo partito, il partito socialdemocratico tedesco (SPD). Guardiano dell’“ortodossia”, veniva considerato, quasi universalmente, il maggiore conoscitore dell’opera di Marx ed Engels, e il loro interprete principale. Le posizioni di Kautsky rappresentano dunque una testimonianza di tutta un’epoca del movimento operaio, e meritano di essere conosciute, non foss'altro che per questo motivo. Questo opuscolo si incentra su una questione centrale per il movimento proletario: il rapporto tra la classe operaia e la teoria rivoluzionaria. La risposta che Kautsky dà a tale questione, rappresenta il fondamento teorico della pratica e dell’organizzazione di tutti i partiti che costituivano la II Internazionale, e quindi anche del partito socialdemocratico russo (inclusa la sua frazione bolscevica), membro “ortodosso” della II Internazionale fino al 1914, cioè fino al crollo di quest’ultima di fronte alla Prima guerra mondiale.

Tuttavia, le tesi sviluppate da Kautsky in questo pamphlet, non sono crollate insieme alla II Internazionale; al contrario, sono sopravvissute e hanno costituito il fondamento della III Internazionale, attraverso la mediazione del “ leninismo” e delle sue sventurate varianti staliniane e trotskiste.
Il leninismo sottoprodotto russo del kautskismo? Ecco un'affermazione che farà sussultare coloro che conoscono di Kautsky soltanto gli anatemi lanciati contro di lui dai bolscevichi, e in particolare nell’opuscolo di Lenin La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky; e che non sanno di Lenin se non ciò che conviene sapere nell'ambito delle differenti chiese, cappelle e sagrestie che frequentano.
Tuttavia il titolo stesso dell’opuscolo di Lenin definisce con estrema chiarezza il suo rapporto con Kautsky. Se Lenin tratta Kautsky da rinnegato, è proprio perché ritiene che in precedenza egli fosse un adepto della vera fede, di cui Lenin si considera ora il solo valido difensore. Lungi dal criticare il “kautskismo”, che egli si mostra incapace di identificare, Lenin in realtà si accontenta di rimproverare al suo antico maestro di tradire la sua stessa dottrina.
Da tutti i punti di vista, la rottura di Lenin fu tardiva e superficiale. Tardiva, perché Lenin si era fatto delle grandi illusioni circa la socialdemocrazia tedesca e non aveva capito, se non in un secondo tempo, che il tradimento si era già consumato. Superficiale, perché Lenin si limita a rompere sui problemi dell’imperialismo e della guerra, senza risalire alle cause profonde del tradimento dei partiti socialdemocratici nell’agosto 1914, legate alla natura stessa di questi partiti e ai loro rapporti tanto con la società capitalistica quanto con il proletariato. Questi rapporti devono essere ricondotti al movimento stesso del capitale e della classe operaia, e considerati come una fase di sviluppo del proletariato, piuttosto che come una condizione che potesse essere modificata a volontà da una minoranza, e tanto meno da una dirigenza rivoluzionaria, per quanto cosciente.
Da ciò deriva l’importanza attuale delle tesi che Kautsky sviluppa in questo opuscolo in modo particolarmente coerente, e che costituiscono il tessuto stesso del suo pensiero nel corso di tutta la sua vita; tesi che Lenin riprende e sviluppa sin dal 1900 ne Gli obiettivi immediati del nostro movimento, e poi nel Che fare? (1902), dove cita diffusamente Kautsky, lodandolo a ogni pie' sospinto. Nel 1913, Lenin riprenderà nuovamente queste concezioni ne Le tre fonti e le tre parti integranti del marxismo, in cui sviluppa gli stessi temi citando, a volte parola per parola, il testo di Kautsky.
Queste tesi, fondate su un'analisi storica superficiale e sommaria dei rapporti intrattenuti da Marx ed Engels sia con il movimento degli intellettuali sia con il movimento operaio della loro epoca, possono essere riassunte in poche parole, e alcune citazioni saranno sufficienti a chiarirne la sostanza:

«Un movimento operaio spontaneo e sprovvisto di ogni teoria che dalle classi lavoratrici si indirizzi contro un capitalismo in fase di crescita, è incapace di compiere (...) l’azione rivoluzionaria.»

È inoltre necessario realizzare quella che Kautsky chiama «l’unione del movimento operaio e del socialismo»:

«La coscienza socialista di oggi (!?) non può sorgere che sulla base di una profonda conoscenza scientifica (…) Ora, il portatore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi, (…) così, dunque, la coscienza socialista è un elemento importato dal di fuori, all’interno della lotta di classe del proletariato, e non qualcosa che sorge spontaneamente da essa».

Queste parole di Kautsky sono, secondo Lenin, «profondamente giuste». Va da sé che questa unione tanto auspicata del movimento operaio e del socialismo non poteva realizzarsi allo stesso modo nelle condizioni tedesche e in quelle russe. Ma è importante vedere che le divergenze profonde del bolscevismo sul terreno organizzativo non risultano dalla diversità delle condizioni, ma unicamente dall’applicazione degli stessi principi in situazioni politiche, economiche e sociali differenti.
In effetti, lungi dal conseguire un'unione sempre più estesa del movimento operaio e del socialismo, la socialdemocrazia realizzerà soltanto la propria unione con il capitale e con la borghesia. Quanto al bolscevismo, dopo essere stato nella rivoluzione russa come un pesce nell’acqua («i rivoluzionari sono nella rivoluzione come l’acqua nell’acqua»), per effetto della sconfitta della rivoluzione, realizzerà una fusione quasi completa col capitale statale gestito da una burocrazia totalitaria.
Tuttavia, il “leninismo” continua a ossessionare la coscienza di molti rivoluzionari, più o meno di buona volontà, alla ricerca di una ricetta vincente… Persuasi di essere “l’avanguardia del proletariato” in quanto detengono “la coscienza” – mentre non possiedono che una falsa teoria – essi militano per unificare due mostri metafisici: «un movimento operaio spontaneo, privo di ogni teoria» e una coscienza socialista disincarnata.
Questo atteggiamento è banalmente volontaristico. Ora, se come ha detto Lenin, «l’ironia e la pazienza sono le principali qualità del rivoluzionario», e se «l’impazienza è la principale fonte dell’opportunismo» (Trotsky), l’intellettuale, il teorico rivoluzionario non deve preoccuparsi di essere legato alle masse; poiché, se la sua teoria è rivoluzionaria, egli è già legato alle masse. Non ha da «scegliere il campo del proletariato» (non è Sartre a utilizzare questo linguaggio, ma Lenin), in quanto, dicendolo più chiaramente, egli non ha altra scelta. La critica teorica e pratica di cui l'intellettuale è portatore, è determinata dal rapporto che egli intrattiene con la società; non può «liberarsi da questa passione che sottomettendovisi» (Marx). Se “ha scelta”, significa che ha già cessato di essere rivoluzionario, e che la sua critica teorica è invecchiata.
Il problema della penetrazione delle idee rivoluzionarie che egli propaganda, negli ambienti operai è, per questo motivo, completamente trasformato: allorché le condizioni storiche, i rapporti di forza tra le classi in lotta, principalmente determinati dal movimento autonomo del capitale, impediscono ogni irruzione rivoluzionaria del proletariato sulla scena della storia, l’intellettuale fa come l’operaio: ciò che può. Studia, scrive, fa conoscere i suoi lavori il più possibile (generalmente assai male). Quando studiava al British Museum, Marx, in quanto prodotto del movimento storico del proletariato, era legato, se non ai lavoratori, quanto meno al movimento storico del proletariato. Egli non era più isolato dai lavoratori di quanto un lavoratore qualsiasi non lo fosse dai suoi simili, laddove le condizioni del momento limitavano i suoi rapporti a quelli consentiti dal capitalismo.
Di contro, quando il proletariato si costituisce in classe e, in un modo o nell’altro, dichiara guerra (e non ha bisogno che gli si trasmetta il sapere per farlo, non essendo esso stesso, nei rapporti di produzione capitalistici, altro che capitale variabile; basta che voglia cambiare anche solo di poco la propria condizione, per essere di colpo al cuore del problema […]), il rivoluzionario non si trova a essere né più né meno legato al proletariato di quanto lo fosse prima. Nondimeno, la critica teorica si fonde allora con la critica pratica; e non perché vi sia stata apportata dall’esterno, ma perché questi due elementi costituiscono un tutt’uno.
Se nel periodo precedente l’intellettuale ha avuto la debolezza di credere che il proletariato rimaneva passivo perché era privo di “coscienza”, e che per questo era giusto considerarsi “avanguardia” – al punto di voler dirigere il proletariato – egli si riserva delle amare delusioni.
Tuttavia, è questa la concezione che costituisce la parte essenziale del leninismo e che rivela l’ambiguità storica del bolscevismo. Questa concezione è potuta sopravvivere soltanto perché la rivoluzione russa è fallita, vale a dire perché i rapporti di forza, su scala internazionale, tra capitale e proletariato, non hanno permesso a quest’ultimo di farne una critica teorica e pratica. È ciò che tenteremo di dimostrare analizzando sommariamente quanto è avvenuto in Russia e qual è stato il vero ruolo del bolscevismo.
Credendo di vedere nei circoli rivoluzionari russi il frutto dell'«unione del movimento operaio e del socialismo», Lenin si ingannava fortemente. I rivoluzionari organizzati nei gruppi socialdemocratici, non apportavano alcuna “coscienza” al proletariato. Beninteso, un opuscolo o un articolo teorico sul marxismo potevano risultare molto utili per gli operai; ma non servivano certo a trasmettere loro la coscienza, la conoscenza della lotta di classe; tutt'al più servivano a precisare le cose e a far riflettere di più. Lenin non comprese questa realtà. Non soltanto egli intendeva trasmettere alla classe operaia la conoscenza della necessità del socialismo in termini generali, ma voleva al contempo offrirle delle parole d’ordine imperative, che esprimessero quel che essa avrebbe dovuto fare al momento opportuno. D’altronde questo è naturale, dal momento che il partito di Lenin, in quanto depositario della coscienza di classe, si considerava in primo luogo il solo capace di discernere gli interessi generali della classe operaia, al di là di tutte le sue divisioni tra i diversi strati; e, secondariamente, il solo capace di analizzare in permanenza la situazione e di formulare parole d’ordine adeguate.
Ora, la rivoluzione del 1905 doveva mostrare l’incapacità pratica del partito bolscevico di dirigere la classe operaia, e il ritardo del partito d’avanguardia. Tutti gli storici, anche quelli maggiormente favorevoli ai bolscevichi, riconoscono che nel 1905 il partito bolscevico non aveva capito assolutamente nulla del fenomeno dei soviet. L’apparizione di nuove forme di organizzazione aveva suscitato la diffidenza dei bolscevichi. Lenin affermava allora che i Soviet non erano: «né un parlamento operaio né un organo di autogoverno proletario». La cosa importante da notare è che gli operai russi non sapevano di accingersi a costituire i soviet; tra loro, solo una esigua minoranza conosceva l’esperienza della Comune di Parigi. Tuttavia crearono un embrione di Stato operaio, benché nessuno li avesse educati. La tesi kautskista-leninista, infatti, nega alla classe operaia ogni possibilità di creare qualcosa di originale, se non sotto la guida del partito-fusione-del-movimento-operaio-e-del-socialismo. Ora, come si vede nel 1905, per riprendere la frase delle “Tesi su Feuerbach”, «l’educatore ha bisogno egli stesso di essere educato».
Lenin, tuttavia, al contrario di Kautsky, ha svolto un'attività rivoluzionaria (si veda, tra l’altro, la sua posizione sulla guerra). Ma in realtà, Lenin non fu rivoluzionario che contro la sua teoria della coscienza di classe. Prendiamo il caso della sua azione tra il febbraio e l’ottobre del 1917. Lenin aveva lavorato per oltre quindici anni, a partire dal 1900, alla creazione di un'organizzazione d’avanguardia capace di realizzare l’unione del “socialismo” e del “movimento operaio”, che raggruppasse i “dirigenti politici”, cioè i «rappresentanti d’avanguardia capaci di organizzare il movimento e di dirigerlo». Ora, nel 1917, così come era avvenuto nel 1905, questa direzione politica, rappresentata dal Comitato Centrale del partito bolscevico, si rivelò incapace di affrontare i compiti del momento, e in ritardo rispetto all'attività rivoluzionaria del proletariato. Tutti gli storici, ivi compresi gli storici stalinisti e trotskisti, mostrano come Lenin dovette sostenere una lunga e difficile battaglia contro la direzione della sua organizzazione per far trionfare le proprie tesi; e non ci sarebbe riuscito se non si fosse appoggiato agli operai del partito, l’avanguardia genuina organizzata nelle officine, e interna o vicina ai circoli socialdemocratici. Si dirà che tutto ciò sarebbe stato impossibile senza l’attività condotta per anni dai bolscevichi, sia nelle lotte quotidiane degli operai sia nella difesa e nella propaganda delle idee rivoluzionarie.
La maggioranza dei bolscevichi, e in primo luogo Lenin, con la loro propaganda e con la loro agitazione incessanti hanno effettivamente contribuito alla sollevazione dell’ottobre 1917. In quanto militanti rivoluzionari hanno giocato un ruolo efficace, ma in quanto “direzione della classe” e”avanguardia cosciente”, sono stati in ritardo sul proletariato. La rivoluzione russa si è svolta contro le idee del Che fare?, e nella misura in cui queste idee sono state applicate (creazione di un organo dirigente della classe operaia separato da essa), si sono rivelate un freno e un ostacolo alla rivoluzione. Nel 1905, Lenin è in ritardo sulla storia perché si rifà alle tesi del Che fare?. Nel 1917, Lenin partecipa al movimento reale delle masse russe e facendo ciò rigetta, nella pratica, la concezione sviluppata nel Che fare?.
Se applichiamo a Kautsky e Lenin il trattamento inverso di quello che essi hanno fatto subire a Marx, se connettiamo le loro concezioni alla lotta di classe invece di separarle da essa, il kautskismo-leninismo appare come caratteristico di tutto un periodo della storia del movimento operaio, dominato dalla II Internazionale. Dopo essersi sviluppato e organizzato alla meno peggio, il proletariato si è venuto a trovare, sin dalla fine del XIX° secolo, in una situazione contraddittoria. Possedeva diverse organizzazioni il cui scopo era fare la rivoluzione, e nello stesso tempo si mostrava incapace di farla, perché le condizioni non erano ancora mature. Il kautskismo-leninismo è l'espressione e la soluzione di questa contraddizione: postulando che il proletariato, per essere rivoluzionario, deve passare per il cammino tortuoso della conoscenza scientifica, consacra e giustifica l’esistenza di organizzazioni capaci di inquadrare, dirigere e controllare il proletariato.
Così come è stato presentato, il caso di Lenin è più complesso di quello di Kautsky, nella misura in cui Lenin fu, per una parte della sua vita, rivoluzionario, contro il kautskismo-leninismo. D’altronde, la situazione della Russia era totalmente differente da quella della Germania, che possedeva un regime pressoché di democrazia borghese, dove esisteva un movimento operaio fortemente sviluppato e integrato nel sistema. Al contrario, in Russia, tutto era ancora da costruire, e la questione non era se si dovesse partecipare alle attività parlamentari, borghesi e sindacali riformiste, poiché banalmente queste non esistevano. In tali condizioni, Lenin poteva adottare una posizione rivoluzionaria malgrado le sue idee kautskiste. Tra l’altro, bisogna sottolineare che, fino alla Prima guerra mondiale, egli considerava la socialdemocrazia tedesca come un modello.
Nelle loro storie rivedute e corrette del leninismo, gli stalinisti e i trotskisti ci mostrano un Lenin capace di comprendere lucidamente e di denunciare, prima del 1914, il “tradimento” della socialdemocrazia e dell’Internazionale. Si tratta di una pura leggenda. Conoscendo bene la storia della II Internazionale, si può dimostrare che non soltanto Lenin non lo denunciò, me che, prima della guerra, non aveva affatto compreso il fenomeno della degenerazione della socialdemocrazia. Prima del 1914, Lenin elogiava il partito socialdemocratico tedesco per aver saputo riunire il “movimento operaio” e il “socialismo” (cfr. Che fare?). Citiamo soltanto alcuni passi tratti dall’articolo necrologico August Bebel (che contiene d’altronde numerose superficialità ed errori di fondo riguardo alla vita di questo «dirigente», di questo «modello di capo operaio», e alla storia della II Internazionale).

«Le basi della tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca (e internazionale), che non cede di un pollice ai nemici, che non si lascia sfuggire la minima possibilità di ottenere un miglioramento, per quanto possa essere minimo, per gli operai; che, nello stesso tempo, si mostra intransigente sul piano dei principi e si orienta sempre verso la realizzazione dell’obiettivo finale, le basi di questa tattica furono messe a punto da Bebel…»

Lenin rivolgeva queste lodi alla «tattica parlamentare della socialdemocrazia tedesca (e internazionale)», «intransigente sul piano dei principi»(!) nell’agosto del 1913. Quando un anno più tardi credette che il numero del «Vorwärts» (l'organo del partito socialdemocratico tedesco) che annunciava il voto favorevole ai crediti di guerra da parte dei deputati socialdemocratici, fosse un falso fabbricato dallo stato maggiore tedesco, egli manifestava soltanto l’illusione che aveva nutrito fin dal 1900-1902 e dal Che fare?, sull’Internazionale in generale e sulla socialdemocrazia tedesca in particolare. (Non consideriamo qui l’atteggiamento di altri rivoluzionari di fronte agli stessi problemi: si pensi soltanto a Rosa Luxemburg; tale questione meriterebbe uno studio dettagliato).
Abbiamo visto come Lenin, nel 1917, avesse abbandonato nella pratica le tesi del Che fare?. Ma l’immaturità della lotta di classe a livello mondiale, e in particolare la mancata rivoluzione in Europa, comportarono il fallimento della rivoluzione russa. I bolscevichi si ritrovarono al potere, con il compito di «amministrare la Russia» (Lenin) e di portare a termine i compiti della rivoluzione borghese, che qui non si era potuta verificare; ossia assicurare lo sviluppo dell’economia russa, non potendo tale sviluppo che essere capitalistico.
Garantire il disciplinamento della classe operaia – nonché delle opposizioni interne al partito – divenne un obiettivo fondamentale. Lenin, che nel 1917 non aveva rinnegato esplicitamente il Che fare?, riprese le concezioni “leniniste” che sole potevano permettere il “necessario” inquadramento degli operai. L’Opposizione Operaia e il Gruppo Operaio1 furono schiacciati, per aver negato “il ruolo dirigente del partito”. Allo stesso modo, la teoria leninista del partito venne imposta all’Internazionale comunista. Dopo la morte di Lenin, Zinoviev, Stalin e altri, dovevano svilupparla insistendo sempre di più sulla «disciplina di ferro» , «l’ unità di pensiero e l’unità di azione», mentre il principio sul quale poggiava l’Internazionale stalinizzata era lo stesso che si trovava alla base dei partiti socialisti riformisti (il partito separato dai lavoratori che fornisce loro la coscienza di ciò che sono). Chiunque rifiutasse la teoria leninista-stalinista cadeva nella «palude opportunista, socialdemocratica, menscevica…». Da parte loro, i trotskisti si richiamavano al pensiero di Lenin e citavano il Che fare?. La crisi dell’umanità non è altro che «la crisi della direzione», diceva Trotsky: occorreva dunque creare a ogni costo una direzione. Supremo idealismo, la storia del mondo veniva spiegata con la crisi della sua coscienza.
In definitiva, lo stalinismo trionfò soltanto nei paesi in cui lo sviluppo del capitalismo non poteva essere assicurato dalla borghesia, senza che le condizioni fossero unificate affinché il movimento operaio, successivamente, potesse distruggerle. Nell’Europa dell’Est, in Cina, a Cuba si è formato un gruppo dirigente nuovo, composto da quadri del movimento operaio burocratizzato, da vecchi specialisti o tecnici borghesi, talora da quadri dell’esercito o da studenti in sintonia col nuovo ordine sociale, come in Cina. In ultima analisi, un tale processo non era possibile se non a causa della debolezza del movimento operaio. In Cina, ad esempio, lo strato sociale motore della rivoluzione fu la classe dei contadini che, incapace di dirigersi da sola, non poteva che farsi dirigere dal “partito” . Prima della presa del potere, questo gruppo organizzato nel “partito” dirige le masse e le “regioni liberate”, se mai dovessero esservi; in seguito, esso prende nelle proprie mani l’insieme della vita sociale del paese.
Ovunque le tesi di Lenin sono state un potente fattore di burocratizzazione. Infatti, secondo Lenin, la funzione di direzione del movimento operaio è una funzione specifica assicurata da alcuni “capi” organizzati separatamente dal movimento, il cui ruolo è esclusivamente questo. Nella misura in cui preconizzava un corpo separato di “rivoluzionari di professione” capaci di guidare le masse, il leninismo è servito come giustificazione ideologica alla formazione di direzioni separate dai lavoratori. A questo livello, il leninismo, fuori dal suo contesto originale, non è che una tecnica di inquadramento delle masse e un'ideologia che giustifica la burocrazia e sostiene il capitalismo; il suo recupero era storicamente necessario per lo sviluppo di nuove strutture sociali che rappresentano, esse stesse, una necessità storica per l'evoluzione del capitale.
Mano a mano che il capitalismo si estende e perviene a dominare l’intero pianeta, maturano le condizioni affinché vi sia la possibilità di una rivoluzione. L’ideologia leninista comincia a fare il suo tempo, nel vero senso della parola.
È impossibile prendere in esame la questione del partito senza riportarla alle condizioni storiche nelle quali si colloca questo dibattito; in ogni caso, benché sotto forme differenti, lo sviluppo dell’ideologia leninista è determinato dall’impossibilità della rivoluzione proletaria.
Se la storia ha dato ragione al kautskismo-leninismo, se i suoi avversari non hanno mai potuto né organizzarsi durevolmente e nemmeno presentarne una critica coerente, ciò non è dovuto al caso: il successo del kautskismo-leninismo è un prodotto della nostra epoca; e i primi attacchi seri – e pratici – contro di esso, segnano la fine di tutta una fase storica. Per fare questo occorreva che il capitalismo si sviluppasse largamente, su scala mondiale. La rivoluzione ungherese del 1956 ha suonato le campane a morto per tutto un periodo di controrivoluzione, ma anche di maturazione rivoluzionaria. Nessuno può sapere quando questo periodo sarà definitivamente superato, ma è certo che la critica delle tesi di Kautsky e di Lenin, prodotti di questa epoca, diventerà allora possibile e necessaria. Ecco perché abbiamo ritenuto importante ripubblicare Le tre fonti del marxismo: l’opera storica di Marx; per far meglio conoscere e comprendere quella che fu, e quella che è tutt'ora, l’ideologia dominante all'interno del movimento operaio. Lungi dal voler dissimulare le idee che condanniamo e combattiamo, vogliamo, al contrario, diffonderle largamente, al fine di mostrare quanto siano state necessarie e, al contempo, quale sia il loro limite storico.
Le condizioni che hanno permesso la nascita e lo sviluppo delle organizzazioni di tipo socialdemocratico e bolscevico, oggi sono superate. Per quanto riguarda l’ideologia leninista, oltre all’utilizzo che ne viene fatto dai burocrati al potere, lungi dall’avere un’utilità per i gruppi rivoluzionari che sostengono l’unione del socialismo e del movimento operaio, non può servire ad altro che a cementare provvisoriamente l’unione di intellettuali mediocri e di lavoratori mediocremente rivoluzionari.