Il comunismo è e rimane l'unica prospettiva di superamento positivo della società capitalistica. Ma quest'ultima, malgrado le sue traversie, pare divenuta un orizzonte insuperabile, e le forze protese al suo abbattimento sono oggi ridotte alla clandestinità e alla dispersione, se non al disorientamento. L'epoca del movimento operaio tradizionale, delle transizioni socialiste e dei loro programmi si è da tempo conclusa. Il patrimonio delle lotte e delle correnti teoriche del passato richiede un riesame profondo per separare ciò che è vivo da ciò che è morto. Il rapporto intercorrente tra le lotte quotidiane del proletariato, i movimenti interclassisti di massa dell'ultimo decennio e la rottura rivoluzionaria possibile appare più enigmatico che mai. La teoria comunista richiede nuovi sviluppi, per essere restaurata nelle sue funzioni. La necessità di affrontare questi nodi ci interpella in prima persona, come dovrebbe interpellare tutti i sostenitori del «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». I nostri mezzi sono a misura alle nostre forze: modesti. Impossibile in queste condizioni pretendere di essere i fautori unici e infallibili di una rifondazione teorica che arriverà a maturità solo in un futuro non prossimo. Ma è solo iniziando a camminare che si cominciano a tracciare strade percorribili.

sabato 14 marzo 2020

Gramsci, l'aziendalismo e gli equivoci della razionalizzazione

Christian Riechers (1989) 

    «Le osservazioni di Gramsci su Americanismo e fordismo sono inficiate da una visione ideologica che è di poco aiuto per l'emancipazione completa, radicale dei salariati dal capitale. Non basta dire che sono superate, perché, come pezzi di ideologia, non lo sono affatto. Fintanto che il nucleo forte di esse, l'accettazione fatalistica dell'ineluttabile corso del progresso tecnologico, non viene aggredito con argomenti validi, l'ideologia dell'aziendalismo rimane in piedi.»

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mercoledì 11 marzo 2020

Classe media salariata e crisi: linee di demarcazione

In merito ad alcune critiche 

R. F.

     «Il testo che segue costituisce una versione modificata e ampliata di Classi medie e parole in libertàuna risposta alla recensione che Dino Erba ha dedicato al libro da me scritto in collaborazione con Bruno Astarian, Le ménage à trois de la lutte des classes, uscito in francese a metà dicembre 2019 per le Éditions de l'Asymétrie, e attualmente in corso di traduzione in lingua italiana. In seguito a varie sollecitazioni, mi è parso opportuno rivenire sulla stesura iniziale di quel testo, in primo luogo per renderlo intellegibile ad una platea di lettori più ampia – visto e considerato, peraltro, che la recensione di DE è circolata unicamente fra i suoi contatti personali e non è, ad oggi, disponibile in rete. In secondo luogo, il resoconto di Le ménage à trois... dato da DE è stato poi ripreso da Michele Castaldo, che a sua volta ne ha tratto spunto per un testo ulteriore, intitolato Ceto medio e suo movimento in questa fase, su cui mi è sembrato necessario spendere qualche parola in più.»

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Version française»

venerdì 17 gennaio 2020

Classi medie e parole in libertà

Ovvero: su un'altra surreale «recensione» di Dino Erba

R. F.

«[...] Ma perché mai l'uscita in Francia di Le ménage à trois de la lutte des classes, ha suscitato una reazione tanto scomposta e febbrile da parte del nostro ineffabile recensore, al punto di condurlo a squalificarne grossolanamente il contenuto ancor prima di averlo letto, e ancor prima che esso sia stato pubblicato in Italia? Oltre a probabili rancori personali e all'immancabile spirito di bottega, credo in effetti che DE abbia subodorato che le tesi contenute nel libro rappresentano in qualche modo una minaccia per il proprio orticello, proprio perché esponente di quella (nutrita) schiera di compagnucci che – riprendendo una formula che ricorre a più riprese in Le ménage à trois… – prende le lucciole dell'interclassismo per le lanterne della rivoluzione comunista. Ebbene, uno degli intenti del libro era proprio quello di mettere alle strette tutti coloro che vaneggiano di inesistenti rivoluzioni, ogniqualvolta vedono una piazza piena o un po' di gente che si dimena (meglio se di esotica provenienza, meglio ancora se armata), senza mai prendersi la briga di grattare sotto la superficie e indagare le realtà sociali e di classe che vi si celano. [...]»  

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lunedì 9 settembre 2019

Rivoluzione e controrivoluzione

Intervention Communiste (1974) 

 «[...] il movimento stesso della messa a valore del capitale, della valorizzazione, è il processo di distruzione del valore, della devalorizzazione. L'abolizione del valore costituisce la necessità storica del capitale, ma costituisce altresì la possibilità della sua negazione. Il capitale non può intraprendere la distruzione del valore che realizzando un'enorme accumulazione di valore, non può varcare la soglia che lo condurrebbe al di là del valore, perché fondamentalmente non è altro che valore in processo, benché questa definizione lo determini a distruggere il valore e, contemporaneamente, a non potersene disfare. In questo senso, la comunità del capitale non può che essere l'ultima comunità fondata sulla legge del valore.» 

lunedì 1 luglio 2019

Dallo sciopero alla guerra

Ristrutturazione e lotta di classe in Jugoslavia (1980-1992)

Anonimo

«Negli anni 1980-'90, lo scatenamento su larga scala delle segmentazioni identitarie – processo inerente all'eliminazione degli ostacoli che si frapponevano alla ristrutturazione del capitale – è segnalato da due eventi in particolare: le guerre in Iraq e in Jugoslavia. Questi due eventi sono apparsi come risposte specifiche, legate a circostanze peculiari, ma in realtà la loro meccanica, senza dubbio adeguata alla situazione dell'epoca, tenderà a ripetersi ed a generalizzarsi in varie maniere. Essi sollevano la questione della genesi di nuove segmentazioni nazionali/identitarie, galvanizzate dall'esaurimento storico della funzione delle socialdemocrazie. Nell'espressione delle contraddizioni di classe del periodo, queste non appaiono più in grado di canalizzare e inquadrare l'antagonismo proletario.
«Il testo qui proposto – che è la rielaborazione di una bozza risalente agli anni '90 – può contribuire alla comprensione del manifestarsi di segmentazioni identitarie in una situazione di lotte sociali generalizzate. Il periodo preso in esame va dal 1985 al 1992, che concentra l'essenziale delle vicende jugoslave. Il seguito non fu altro che una conseguenza.»

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lunedì 29 aprile 2019

Proletari e comunisti

Intervention Communiste (1973)

«La limitatezza della diffusione delle analisi che i comunisti sono costretti a effettuare, non segnala una deficienza tecnica da parte loro. Se è vero che i comunisti hanno sul resto del movimento il vantaggio di una visione più chiara e più generale dei fini e delle condizioni d'insieme dell'emancipazione del proletariato, è completamente falso pensare che la crisi rivoluzionaria dipenda dalla diffusione, dall'assimilazione da parte di questo movimento di tale visione generale. In tal caso l'esistenza quotidiana dei comunisti consisterebbe ancora una volta nel proporre dei principi a un movimento reale, oppure nel far propria la confusione di questo movimento.
«La teoria si realizza in una classe solo quando è espressione dei bisogni concreti e immediati di questa classe. In effetti l'appropriazione da parte del proletariato della sua teoria non è un processo intellettuale, ma pratico; esso si appropria della sua teoria trasformandola immediatamente in prassi.»

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lunedì 24 dicembre 2018

Il demos, il Duce e la crisi

Ovvero: del «pericolo fascista» come diversivo per un golpe annunciato

Il Lato Cattivo

   Pietà! Non se ne può più di tutto questo blaterare di fascismo e di fantomatici come-back del fascismo. A vedere tutti questi leccaculo vecchi e nuovi – gli Scalfari e i Mughini, le Murgia e le Fornero – agitarsi come isterici su giornali e televisioni, viene quasi voglia di difenderlo, questo dannato governo gialloverde! Ma questi sinceri democratici dove hanno vissuto, di grazia, negli ultimi vent'anni? Si sono forse scandalizzati quando la Troika otteneva la resa incondizionata di Syriza, stracciando contestualmente il risultato del referendum contro il piano di salvataggio? Hanno forse detto «bao» quando il generale Sisi e i suoi compari mettevano fine, con l'implicito benestare del FMI, all'unico governo democraticamente eletto nella storia dell'Egitto? Si sono forse indispettiti quando il duetto fra Unione Europea e spread faceva cadere l'ultimo governo Berlusconi, uscito comunque dalle urne, per sostituirlo con quello dei tecnici capitanati dal signor Monti, che non era stato eletto da nessuno? Tre autentici putsch che, come si vede, si fanno sempre più sovente in guanti di velluto, e quand'anche siano accompagnati da spargimenti di sangue (vedi in Egitto) sono attuati con le migliori intenzioni democratiche. Dopo la «guerra umanitaria» e altri ossimori dal retrogusto orwelliano, dovremo prendere atto dell'esistenza di un altro sorprendente ibrido: il golpe democratico. Così va il mondo: i governi si mantengono o cadono a seconda della solerzia con cui onorano i diktat del capitale mondiale. Diceva un tale che ci sono molti modi per uccidere un uomo. Lo stesso vale per i governi.

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domenica 25 novembre 2018

Alcune precisazioni sull'anti-lavoro

Bruno Astarian 

«[...] l'anti-lavoro dev'essere distinto dall'ordinario rifiuto del lavoro. Quest'ultimo si inscrive nella resistenza quotidiana dei proletari di tutte le epoche; fa parte dei loro mezzi di sopravvivenza di fronte alla noia e allo sfinimento del lavoro sotto padrone. Il proletario preferisce lavorare meno, o addirittura non lavorare, ogni volta che gli sia possibile. È l’effetto dell'esteriorità del lavoro salariato rispetto al lavoratore. Oggi, il rifiuto del lavoro è praticato a livelli di massa, e nei centri dell'accumulazione il welfare gli viene incontro. Tenuti in debito conto il carattere massivo della disoccupazione e le condizioni molto dure del lavoro post-fordista, il turn-over dei proletari fra disoccupazione (indennizzata, anche se malamente) e lavoro (insostenibile a lungo termine) è un fatto positivo per il capitale. D'altronde, anche i capitalisti più conservatori cominciano a riflettere sull'introduzione di un reddito universale. [...] la messa in prospettiva storica di alcune pratiche di lotta in fabbrica, come il sabotaggio, l'assenteismo e l'indisciplina in generale, rivela una trasformazione del contenuto di queste pratiche da pro-lavoro in anti-lavoro. È necessario periodizzare la storia del sabotaggio, che non ha sempre avuto una valenza anti-lavoro. Pervenuto a un certo grado di dequalificazione, il lavoro giunge a contrapporsi a se stesso nella misura in cui si oppone al capitale. Questo anche nelle sue lotte quotidiane. Il sabotaggio diventa irrispettoso dei mezzi di produzione, e distrugge ciò che consentiva ai sabotatori di lavorare. Pouget non arriva a tanto: egli era immerso in una cultura operaia che l'anti-lavoro odierno, allargandosi in anti-proletariato, rigetta alla stessa stregua del lavoro. Le vecchie pratiche, in apparenza molto radicali, vanno riconsiderate nell'ottica del superamento del movimento operaio tradizionale. Pouget e Lafargue costituiscono un esempio di autori ancora frequentemente citati da commentatori che, per un altro verso, rivendicano l'auto-negazione del proletariato e il superamento del lavoro. Ciò non è coerente.» 

giovedì 27 settembre 2018

Il ménage à trois della lotta di classe (II episodio)

Per una teoria della classe media salariata

B. A. & R. F.

«Come abbiamo scritto nel primo episodio (Lucciole e lanterne), è nostra convinzione che sia possibile definire in maniera teorica la classe media salariata (CMS). Tale definizione consiste nel porre questa categoria della popolazione all'interno della meccanica di riproduzione del rapporto proletariato/capitale. La CMS esercita una funzione organica dentro questa riproduzione. Essa non è soltanto uno strato sociale, definito in maniera per forza di cose imprecisa dal suo tenore di vita, che sarebbe prossimo tanto a quello del proletariato quanto a quello della borghesia. Il capitale ha bisogno della CMS, e fa quanto è necessario a riprodurla affinché essa possa sempre assolvere alla sua funzione. Si tratta dunque di comprendere la posizione e il ruolo della CMS nella produzione e nella circolazione del plusvalore.»

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lunedì 16 luglio 2018

Storia normativa ed essenza comunista del proletariato

Una critica del testo di Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni. 1917-1937

Théorie Communiste (2000)  

«Intendiamoci: siamo assolutamente d'accordo con la concatenazione degli eventi presentata da Dauvé, sia a proposito della Germania che della Spagna (qualche riserva la manteniamo sulla Russia). La sua concezione della rivoluzione comunista è in tutto e per tutto la nostra, tanto in merito al contenuto e alle misure comuniste, quanto pure alla sua comprensione come comunizzazione e non come precondizione della comunizzazione stessa. Il punto su cui divergiamo profondamente, è la comprensione del corso della lotta di classe in quanto giustapposizione di un principio comunista dato, conosciuto insieme all'essere stesso del proletariato, e di una storia che si limita a esprimere tale principio in maniera parziale, confusa o abortita. Non è qui una questione di metodo dell’analisi storica, né si tratta di una querelle tra filosofi della storia. Come sempre, è in gioco la comprensione del periodo attuale. Il metodo di Dauvé rende impossibile la comprensione del superamento del programmatismo, ovvero del superamento della rivoluzione come affermazione del proletariato. La rivoluzione comunista, così come la possiamo concepire oggi, così come si presenta nel ciclo di lotte attuale, per Dauvé esiste già (limitata, abortita, con errori, illusioni etc.) nella rivoluzione russa, nella rivoluzione tedesca, nella rivoluzione spagnola.»

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