Il comunismo è e rimane l'unico superamento possibile della società capitalistica; tuttavia la sua forma e il suo contenuto non sono invarianti, ma storici e discontinui. Un'epoca – quella del movimento operaio – si è conclusa, e non ritornerà. Il patrimonio teorico delle lotte passate non mancherà di palesare la propria obsolescenza. Si tratta, dunque, per coloro che si pongono il problema della rivoluzione, di trarne fino in fondo tutte le conseguenze. Si tratta di comprendere il rapporto che oggi intercorre tra le lotte quotidiane del proletariato, la rivoluzione e il comunismo. Si tratta, nondimeno, di riconoscere finalmente tale comprensione come un'articolazione del tutto interna a questo stesso rapporto: senza lotta, nessuna teoria; senza teoria, nessuna rivoluzione.

Noi, come molti altri, abbiamo iniziato. Abbiamo qualche idea, forse non proprio peregrina. Designiamo il processo rivoluzionario a venire come la necessaria adozione, da parte del proletariato, di misure
immediatamente comuniste – senza transizione, senza socialismo. La necessità di queste misure – la necessità del comunismo come mezzo stesso della rivoluzione – si dà come già prefigurata in un certo numero di lotte proletarie contemporanee. Di questo, e di molto altro, si vuole rendere conto in questo blog, che è organizzato in quattro sezioni principali: 1) “Rivista”, dove si potranno scaricare i numeri de “Il Lato Cattivo” che
via via saranno pubblicati; 2) “Materiali ausiliari”, che contiene testi che, per varie ragioni, non hanno trovato spazio nella rivista, ma che possono integrarla o essere dialettizzati con essa; 3) “Rotture teoriche 1965-1980”, che raccoglie le espressioni di rottura con le Sinistre Comuniste che hanno gettato le basi dell'odierno dibattito sulla “comunizzazione dei rapporti fra individui”; 4) “Altre letture”, dove si potranno trovare spunti di inattualità provenienti dal passato, da leggere con l'occhio rivolto al presente.

giovedì 22 novembre 2012

La fine di «Socialisme ou Barbarie»

«Socialisme ou Barbarie» (1967)
 
Non è con beneficio d'inventario che pubblichiamo questo “addio alle armi” del gruppo-rivista francese «Socialisme ou Barbarie». E men che meno per rivalutarne le tesi più conosciute. La comprensione della contraddizione fra proletariato e capitale come contraddizione fra “dirigenti” ed “esecutori” – che avrebbe dovuto trovare nei regimi a capitalismo di Stato del blocco dell'Est la configurazione più socialmente esplosiva –, il misconoscimento della dinamica contraddittoria dell'accumulazione (necessità delle crisi), l'apprezzamento della democrazia diretta e perfino della sociologia industriale, infine l'idea di un'irrimediabile integrazione della classe operaia nei paesi più economicamente sviluppati a partire dagli anni '60 – su tutto questo, tenendo conto o meno della prospettiva storica, può anche scappare un sorriso. Fermo restando che i contributi di «Socialisme ou Barbarie» non si riducono a questo pugno di tesi – e qui basti ricordare L'expérience prolétarienne di Claude Lefort e gli articoli sulla Cina di Pierre Souyri –, l'interesse di questo cammino sta nella sua sintomaticità in relazione all'epoca. Giunto sulla scena allorché la sussunzione reale del lavoro al capitale si consolidava nell'area occidentale (integrazione della riproduzione della forza lavoro al ciclo del capitale, sotto l'egida dello Stato keynesiano), esso scomparve appena prima che il ciclo di accumulazione post-bellico iniziasse a flettersi, con gli scioperi del maggio francese del '68 e l'Autunno Caldo italiano del '69 (per non dire delle rivolte di Danzica e Stettino del '70) a rendere flagrante la contraddittoria convivenza di lotte operaie ben poco “fabbrichiste” accanto ad una mimica consiliarista ed autogestionaria che si rivela essere il terreno di ogni impasse e di ogni “recupero”: dal riflusso dell'Autunno Caldo nei Consigli di Fabbrica, all'esperienza della LIP in Francia, fino alla tragicommedia dei 35 giorni di occupazione a Mirafiori.