Il comunismo è e rimane l'unico superamento possibile della società capitalistica; tuttavia la sua forma e il suo contenuto non sono invarianti, ma storici e discontinui. Un'epoca – quella del movimento operaio e del programma proletario – si è conclusa, e non ritornerà. Il patrimonio teorico delle lotte passate non mancherà di palesare la propria obsolescenza. Si tratta, dunque, per coloro che si pongono il problema della rivoluzione, di trarne fino in fondo tutte le conseguenze. Si tratta di comprendere il rapporto che oggi intercorre tra le lotte quotidiane del proletariato, la rivoluzione e il comunismo. Si tratta, nondimeno, di riconoscere finalmente tale comprensione come un'articolazione del tutto interna (separata ma interna) a questo stesso rapporto: senza lotta di classe, nessuna teoria; senza teoria, nessuna rivoluzione. Noi, come molti altri, abbiamo cominciato. Abbiamo qualche idea, forse non proprio peregrina. Designiamo il processo rivoluzionario a venire come la necessaria adozione, da parte del proletariato, di misure immediatamente comuniste (abolizione dello scambio, della divisione del lavoro, del valore, della proprietà, dello Stato, delle classi etc.), senza transizione, senza socialismo. La necessità di queste "misure" – la necessità del comunismo come mezzo stesso della rivoluzione – si dà come già prefigurata in un certo numero di lotte proletarie contemporanee. Di questo, e di molto altro, si vuole rendere conto in questo blog.

lunedì 16 luglio 2018

Storia normativa ed essenza comunista del proletariato

Una critica del testo di Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni

Théorie Communiste (2000)  

«Intendiamoci: siamo assolutamente d'accordo con la concatenazione degli eventi presentata da Dauvé, sia a proposito della Germania che della Spagna (qualche riserva la manteniamo sulla Russia). La sua concezione della rivoluzione comunista è in tutto e per tutto la nostra, tanto in merito al contenuto e alle misure comuniste, quanto pure alla sua comprensione come comunizzazione e non come precondizione della comunizzazione stessa. Il punto su cui divergiamo profondamente, è la comprensione del corso della lotta di classe in quanto giustapposizione di un principio comunista dato, conosciuto insieme all'essere stesso del proletariato, e di una storia che si limita a esprimere tale principio in maniera parziale, confusa o abortita. Non è qui una questione di metodo dell’analisi storica, né si tratta di una querelle tra filosofi della storia. Come sempre, è in gioco la comprensione del periodo attuale. Il metodo di Dauvé rende impossibile la comprensione del superamento del programmatismo, ovvero del superamento della rivoluzione come affermazione del proletariato. La rivoluzione comunista, così come la possiamo concepire oggi, così come si presenta nel ciclo di lotte attuale, per Dauvé esiste già (limitata, abortita, con errori, illusioni etc.) nella rivoluzione russa, nella rivoluzione tedesca, nella rivoluzione spagnola.»

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