Il comunismo è e rimane l'unico superamento possibile della società capitalistica; tuttavia la sua forma e il suo contenuto non sono invarianti, ma storici e discontinui. Un'epoca – quella del movimento operaio – si è conclusa, e non ritornerà. Il patrimonio teorico delle lotte passate non mancherà di palesare la propria obsolescenza. Si tratta, dunque, per coloro che si pongono il problema della rivoluzione, di trarne fino in fondo tutte le conseguenze. Si tratta di comprendere il rapporto che oggi intercorre tra le lotte quotidiane del proletariato, la rivoluzione e il comunismo. Si tratta, nondimeno, di riconoscere finalmente tale comprensione come un'articolazione del tutto interna a questo stesso rapporto: senza lotta, nessuna teoria; senza teoria, nessuna rivoluzione.

Noi, come molti altri, abbiamo iniziato. Abbiamo qualche idea, forse non proprio peregrina. Designiamo il processo rivoluzionario a venire come la necessaria adozione, da parte del proletariato, di misure
immediatamente comuniste – senza transizione, senza socialismo. La necessità di queste misure – la necessità del comunismo come mezzo stesso della rivoluzione – si dà come già prefigurata in un certo numero di lotte proletarie contemporanee. Di questo, e di molto altro, si vuole rendere conto in questo blog, che è organizzato in quattro sezioni principali: 1) “Rivista”, dove si potranno scaricare i numeri de “Il Lato Cattivo” che
via via saranno pubblicati; 2) “Materiali ausiliari”, che contiene testi che, per varie ragioni, non hanno trovato spazio nella rivista, ma che possono integrarla o essere dialettizzati con essa; 3) “Rotture teoriche 1965-1980”, che raccoglie le espressioni di rottura con le Sinistre Comuniste che hanno gettato le basi dell'odierno dibattito sulla “comunizzazione dei rapporti fra individui”; 4) “Altre letture”, dove si potranno trovare spunti di inattualità provenienti dal passato, da leggere con l'occhio rivolto al presente.

martedì 2 maggio 2017

«Il Lato Cattivo» n. 2 è on-line

È ancora possibile ordinare la rivista in formato cartaceo scrivendo al nostro indirizzo e-mail.

   «[...] Diciamo, in primo luogo, che il periodo giusto a ridosso della crisi del 2008, aveva suscitato, in noi come in molti altri, delle aspettative che si sono rivelate essere frutto di un fraintendimento. Se le rivolte nelle banlieues francesi del 2005, il collasso economico del 2008, il movimento greco del dicembre dello stesso anno (per restare agli eventi più eclatanti), potevano lasciar presagire non solo un approfondimento fulmineo dell'antagonismo fra proletariato e classe capitalista, ma soprattutto una semplificazione di questo antagonismo – i proverbiali nodi che vengono al pettine – il seguito non è andato propriamente in questo senso. Quando andammo in stampa, all'inizio del 2012, la «magagna» era già visibile, ma non ancora così esplicita; oggi, ha assunto dimensioni mastodontiche, e sarebbe assurdo far finta di niente. La serie iniziata nel 2009 con l'onda verde iraniana è stata effettivamente densissima: Occupy, Indignados, Québec, Primavere Arabe, Turchia, Brasile, Bosnia, fino ad arrivare alla più recente Umbrellas Revolution di Hong Kong; collateralmente (e in rapida successione): EuroMaidan e lo scoppio della guerra russo-ucraina, i quattro milioni di francesi scesi in piazza per la manifestazione Je suis Charlie, la vittoria di Syriza in Grecia, l'ascesa di Podemos in Spagna, la «crisi dei migranti», la recentissima apparizione del movimento Nuit Debout ancora in Francia. In appendice: la collisione tra lo Stato Islamico e la sedicente «rivoluzione in marcia» nel Rojava, col successivo intervento della coalizione internazionale. Una serie estremamente eterogenea, con al centro un solo ed inaspettato attore protagonista il cui nome, per gli odierni «sovversivi», è tabù: la classe media.» [Dall'Editoriale]